Premessa: lavoro in una frutteria all’ingrosso, in un’altra al dettaglio, ed in un’azienda agricola (tre distinte società), e quella dei “mercati dei contadini” mi sembra un’iniziativa gonfiata.
Innanzitutto, di cosa di tratta? I coltivatori vendono direttamente al pubblico.
Cosa? I loro prodotti?… non solo… la norma dice:
1. Gli imprenditori agricoli, singoli o associati, iscritti nel registro delle imprese di cui all’art. 8 della legge 29 dicembre 1993, n. 580, possono vendere direttamente al dettaglio, in tutto il territorio della Repubblica, i prodotti provenienti in misura prevalente dalle rispettive aziende, osservate le disposizioni vigenti in materia di igiene e sanita’.
Perché devono vendere i propri prodotti solo “in misura prevalente” anziché “esclusivamente”? I commercianti di professione lamentano soprattutto questo, se vendono i prodotti coltivati da altri allora dovrebbero fare i semplici commercianti. E chissà se ci sono altri casi di concorrenza sleale.
Quali dovrebbero essere i vantaggi della vendita diretta?
- Costi minori? Non credo che un tuttofare improvvisato riesca a mantenere prezzi inferiori ad una filiera specializzata; mi spiego: un coltivatore che invece di coltivare si mette a fare l’operaio imballatore, il trasportatore, il commerciante ed il burocrate (dato che dovrà imparare ed aggiornarsi anche nelle normative concernenti lavorazione, stoccaggio, vendita al dettaglio…), coltiverà meno ed avrà un prodotto con prezzi maggiori di un coltivatore che si occupa solo di coltivare, un’industria confezionatrice, un corriere che fa solo traporti ed un commerciante che vende a tempo pieno. Infatti il farmer market di Milano ha scatenato polemiche per i prezzi esagerati con cui ha esordito (1,2). Inoltre non si può paragonare il prezzo del prodotto ancora sul campo con quello sulla tavola, è come paragonare la sabbia al vetro. Mi torna in mente una storia letta alle elementari sulle prime industrie di spilli: “Ho veduto una piccola fabbrica di questa manifattura ove dieci uomini soli erano impiegati e ciascuno eseguiva due o tre di queste operazioni. Benché fossero poveri e non avessero macchine moderne, pure riuscivano a fare 48.ooo spilli in un giorno. Se avessero lavorato separatamente e indipendentemente l’ uno dall’altro, ciascuno di loro non avrebbe potuto compiere altro che 20 spilli”.
- Tracciabilità e provenienza? Come abbiamo detto in precedenza, i prodotti diretti sono solo “in misura prevalente” , non esclusiva, quindi non c’è la certezza che i prodotti siano i loro (dando per scontato che il tutto si svolga secondo le norme). Da questo punto di vista dovrebbero comportarsi come qualsiasi commerciante, ma a questo punto non c’è un vantaggio per il cliente.
- Meno inquinamento? Se la strada consumatore-supermercato è inferiore a quella consumatore-contadino, allora inquina meno andare al supermercato. Con i costi in tempo e carburante che questo comporta. Non venitemi a dire che la maggior parte degli italiani è più vicina ad un coltivatore diretto che coltiva TUTTO che non ad un supermercato che vende TUTTO.
- Sviluppa l’economia locale? Decisamente no, provate ad immaginare se ogni prodotto venisse venduto solo nelle zone limitrofe di produzione: uno shock per le esportazioni ed anche per il mercato interno; ci sono produzioni specializzate che non possono essere assorbite solo dalla comunità locale, come gli agrumi calabri e siciliani, i pomodori di pachino e così via.
In conclusione, questi farmer market mi sembrano solo un maldestro tentativo dei coltivatori diretti di improvvisarsi venditori. Se un prodotto lievita di prezzo dal campo alla tavola, è per tutti i servizi che ci sono nel mezzo, servizi che se il consumatore vuole deve pagare, ma non è detto che con la vendita diretta il costo globale sia inferiore, appunto perché qualcuno dovrà dare comunque quei servizi aggiunti.
Ragioniamo ora sulla filiera.
La filiera più corta è quella in cui consumatore e produttore coincidono. Però non tutti i consumatori (anzi, pochissimi al giorno d’oggi) hanno voglia, capacità, e mezzi per produrre autonomamente quello di cui hanno bisogno. Dunque la figura del coltivatore e quella del consumatore si staccano.
A questo punto possiamo avere dei coltivatori generici, che fanno un po’ tutto, o specializzati, che producono un solo prodotto. La differenza è importante perché quelli specializzati producono a costi inferiori e rese maggiori, ma per un solo prodotto, quindi il cliente sarebbe costretto a girarne molti per una spesa completa. Ma dall’altro lato, il coltivatore generico ha prezzi un po’ più alti. Ci sono dei problemi però, innanzitutto bisogna rendere il prodotto presentabile (lavaggio), definirne la qualità (calibrazione), imballarlo, ed infine trasportarlo dal coltivatore al consumatore. Chi se ne occupa? Il coltivatore è già occupato a coltivare, quindi resta solo il consumatore a doversi sobbarcare questi ennesimi compiti. E se non vuole arrivare dal contadino generico o girarsi mezza italia per fare una spesa varia, raccogliere, pulire, imballare? Dovrà farseli portare da un trasportatore, ma solo dopo che il prodotto è stato già lavorato.
La vendita per corrispondenza di prodotti agroalimentari non è affatto sviluppata, l’impressione è che la gente voglia vedere e toccare quello che poi mangerà.
Allora bisogna mandare la merce ad un negozio abbastanza vicino al cliente, dove potrà valutare il prodotto prima di acquistarlo. Ecco che ritorna la figura del commerciante. Se però il commerciante è impegnato a vendere, come fa a comprare rapidamente? Gira tutta italia per portare al suo negozietto qualche cassetta di merce? No. Andrà in un punto di raccolta intermedio, un grossista, che ha a sua disposizione grandi quantità di merce ed ampia varietà. Ed ecco che la filiera è tornata quella classica.
Sembra strano, ma la fliliera tradizionale è forse il modo più conveniente per avere una vendita capillare. il tutto si basa su uno scambio di servizi, che naturalmente si devono pagare. Delineiamo le funzioni principali dei vari partecipanti:
- Coltivatore: produce la merce grezza
- Industria di lavorazione: tratta la merce in modo che possa essere agevolmente trasportata e venduta
- Vettore: trasporta la merce da un punto di produzione/lavorazione/vendita all’altro.
- Grossista: si occupa di distribuire nei negozi al dettaglio la maggior parte possibile della produzione dei coltivatori
- Dettagliante: vende direttamente al consumatore; in pratica gli porta la merce il più vicino possibile
- Consumatore: colui che paga alla fine; vuole dei prodotti e dei servizi annessi
Molti ancora si chiedono: sono necessari tutti questi passaggi? La risposta è DIPENDE! Dipende da quali servizi il consumatore vuole svolgere in prima persona e quali far fare ad altri, pagandoli.
Nei supermercati (=GDO=grande distribuzione) avviene l’accorpamento di varie funzioni (grossista, dettagliante, ed a volte confezionatore; in pratica è un dettagliante su grande scala che compra direttamente dal coltivatore), ma non tutte le realtà territoriali sono in grado di ospitare centri commerciali.
Ovviamente ogni associazione di categoria fa la vittima e bada solo ai propri interessi.
Una nota finale: si dice che il cliente ha sempre ragione, ed i fatti lo dimostrano. Le cattive abitudini hanno portato a prezzi alti e sprechi, e la colpa principale è dei consumatori, che con i loro acquisti premiano alcune produzioni ed alcuni modi di lavorare piuttosto che altri.
Le legge della domanda/offerta è capricciosa, mentre le produzioni agricole richiedono grandi preparativi e danno i frutti solo dopo grossi investimenti di tempo e denaro. Se i consumatori fossero altrettanto lungimiranti, prenotassero la produzione prima della semina a prezzo di costo più una giusta percentuale di guadagno per il coltivatore, e poi comprassero tutta la produzione, ci sarebbero meno sprechi, certezza del reddito per i coltivatori e dei prezzi per i consumatori. Ma il consumatore attuale è pigro, folle e coccolato (basta pensare alle festività in cui si consumano prodotti particolari, come le fave il 1° Maggio, come si fa a pianificare un lavoro di mesi per una vendita di un giorno? ovvio che i prezzi in quel particolare momento saranno folli), preferisce pagare qualcun’altro e non avere pensieri piuttosto che badare in prima persona alle proprie esigenze. E la situazione attuale ne è il risultato.
Articolo molto intelligente
Commento di RomaCogitans — Novembre 16, 2008 @ 1:15 pm
Grazie
Commento di Lopippo — Novembre 16, 2008 @ 1:33 pm
Concordo in pieno con quanto hai scritto.
Aggiungo solo che il fenomeno dei market farmer è di origine americana, dove tutto il consumatore è altamente cosciente di quello che vuole e come lo vuole. In Italia manca proprio la figura del consumatore-autodeterminato e per questo la trovata che nelle intenzioni dovrebbe accorciare la filiera in realtà non fa altro che aumentare il numero dei venditori. In mancanza di un mercato meglio regolato e con maggiori informazioni è naturale che il prezzo ne risenta marginalmente.
I veri beneficiari sono i finanziatori e lo Stato.
Commento di Mirev — Novembre 19, 2008 @ 6:57 pm